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“Una terribile fiducia” di Maricruz Carreño

Terzo classificato III Concorso SEPAR racconto breve

Traduzione di Annalisa Maturo; Revisione di Sabrina Pino e Marcela Ivonne Schiaffini

Terrible confianza | © Marta Aguayo, 2021

—Ho bisogno di 72 ore… o almeno 48…non di meno… —ansimava.

Fernando mi aspettava con ansia. Conosceva le mie abitudini e sapeva che sarei arrivata presto.

Voleva un compromesso, una garanzia da parte mia e voleva strapparmela ad ogni costo. Non sono mai stata una che si tira indietro. I bocconi amari vanno mandati giù il prima possibile. Rimandare non li farà sparire, ma non si è mai abbastanza pronti per affrontarli. E in quel momento, mentre entravo nella stanza, cercavo di farmi forza.

—Ciao “doc”…ti aspettavo.

Riuscivo a stento a capire quello che mi diceva da dietro quella maschera d’ossigeno rumorosa.

—Ciao, Fernando!

Mentre lo salutavo, monitoravo mentalmente il lavoro respiratorio, il funzionamento dei muscoli inspiratori accessori, il numero degli atti respiratori e la saturazione, tutto allo stesso tempo.

—Vai un po’ di fretta, no? —ho commentato con naturalezza.

—Te la sei presa comoda… eh?

Più che una domanda, suonava come un’affermazione. Sapevo della sua reticenza a venire qui in ospedale e che aveva aspettato fino all’ultimo prima di decidersi, pensando bastasse curarsi a casa per migliorare.

—Non ho tempo…per la storia clinica, “doc”…so bene come sto…Voglio solo…che tu mi dia 72,48 ore.

Con la maschera e il respiro affannoso che si ritrovava faticavo a capirlo.

—Ho bisogno di quelle ore…e voglio che tu me le dia.

Si staccò il saturimetro e dopo 8 anni di relazione, per la prima volta mi prese la mano e me la strinse con tutta la forza che aveva in corpo.

—Sai bene…che non mi importa di morire… ne abbiamo già parlato… ma dovrà succedere…tra poche ore…mi hai tirato fuori da molti casini…stavolta non ti chiedo questo…ma…che tu mi dia solo qualche ora…ne ho bisogno.

Fernando insisteva e mi stringeva con la sua mano tremante piena di stigmate lasciate dagli steroidi e dalle punture.

—Forza “doc”, lo so che puoi… concedermi un po’ più di tempo…con tutti gli intrugli che sai fare…dimmi di sì, per favore…

In realtà, dato il suo stato, non potevo promettergli nulla. Era impossibile. Ma Fernando si fidava di me e se gli avessi detto di sì, sapeva che avrei fatto di tutto per riuscirci. Lui e Mercedes mi avevano raccontato una volta di come quell’uomo, un vero castigliano, fosse uscito sereno dal mio studio dopo aver sentito ciò che avrebbe comportato l’operazione, cosa aspettarsi o meno, la descrizione di quel percorso in cui l’avrei accompagnato, che non sarebbe stata una passeggiata piuttosto un percorso a ostacoli. Non succedeva quasi mai. Di solito, uscivano tutti arrabbiati con la vita e con me, spaventati da ciò che sarebbe accaduto. Ma lui no. Lui era uscito col sorriso perché non gli avevo raccontato una balla e preferiva sapere cosa lo attendeva. Così mi chiese se io mi sarei operata nonostante il pronostico e io risposi di sì, che avrei provato a vivere quanto più possibile nel miglior modo possibile. E lui si fidò di me…

E ancora una volta tornava a fidarsi di me, del fatto che io sarei riuscita a concedergli quel tempo, 72,48 ore. In quel momento nemmeno mi chiesi né tantomeneo chiesi a lui o a Mercedes perché volesse proprio 48 ore.

Strinsi i denti.

—Ok, Fernando. Ci provo.

Concludemmo l’accordo con una stretta di mano. Uscii dalla stanza con un nodo alla gola. Come se io potessi promettere una cosa simile! Avevo dato la mia parola per qualcosa che andava oltre le mie possibilità, che non potevo assicurare. Almeno mi ero limitata a dire che ci avrei provato, ma quella terribile fiducia che aveva in me mi turbava.

Il tempo passava velocemente. Chiamate all’ospedale, modifiche sulla terapia di ora in ora, diverse visite al giorno, insonnia… La mattina mi chiedevo se avesse superato la notte e la sera me ne andavo dall’ospedale solo dopo aver valutato con i colleghi di turno tutte le possibili strategie davanti alle differenti possibilità. Passano 24 e poi 48 ore e la mattina del terzo giorno, varcando la soglia della sua stanza, mi sono sentita soddisfatta di essere arrivata fin lì.

—Ti aspettavo, “doc”.

Mi afferrò di nuovo con la sua mano sempre più debole, blu e fredda.

—Grazie mille… ce l’abbiamo fatta… volevo solo dirti addio… e grazie…

Lo capivo a malapena. Mercedes, dall’altro lato del letto, piangeva in silenzio attaccata all’altra mano.

—Grazie di nuovo… ne è valsa la pena…

Non resistette a lungo. Aveva fatto uno sforzo titanico per raggiungere le 60 ore, attingendo da una riserva che non aveva e dalla fiducia che riponeva nell’ “alchimia della medicina” che potevo offrirgli.

Ancora oggi sono grata per le sue parole, che continuano ad accompagnarmi nei momenti più difficili, ma ricordo anche la paura di non riuscire ad accontentare le speranze di quella terribile fiducia in qualcosa che realmente non dipendeva da me, il terrore di deluderlo…proprio quell’ultima volta.

Quasi due anni dopo, Mercedes mi aspetta fuori dall’ospedale. Vuole vedermi e raccontarmi quello che era successo in quelle 48 ore, quando Fernando era ormai consapevole di avere poco tempo. Per non lasciare questioni in sospeso, volle risolvere tutti i problemi terreni che aveva rimandato in continuazione. Pensava infatti che, occupandosene subito, il suo tempo sarebbe finito prima. Aveva chiesto di far venire un notaio in ospedale per sposarsi con lei, parlare con i figli e fare testamento. In pratica, quando si rese conto che la situazione era cambiata e che non aveva più scelta, era venuto in ospedale per “garantirsi” quelle ore, confidando sul fatto che io potessi “rubare” quel tempo.

“Aveva una grande fiducia in te”, ha detto…Già, una terribile fiducia!

***

Leggi qui il racconto in lingua spagnola.

Copertina, Certamen SEPAR de relato breve , 2021 | © SEPAR

Link utili:

SEPAR – Società spagnola di pneumologia e chirurgia toracica

Marta Waterme – illustratrice

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