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© La Torre Azzurra, Ossido

“Lo scultore di desideri” di Don (Doble o Nada)*

Traduzione di Marcela Ivonne Schiaffini e Revisione di Sabrina Pino

Molte persone mi odiano ma io faccio solo quello che mi viene richiesto. Desiderano di continuo senza tener conto dei loro sentimenti o della loro situazione attuale.

Sono un maestro nel mio lavoro, lo faccio  da tutta la vita eppure ci sono giorni in cui mi chiedo se io sia davvero utile a questo mondo. Il mio mestiere è solitario e anche se ho dimenticato da tempo il mio nome, tutti mi conoscono come lo Scultore di desideri.

Vivo in una torre azzurra e scolpisco i desideri più profondi degli umani con un’argilla speciale. Il mio unico amico è il tornio e, infatti, è quanto di più antico ci sia in questa sala: era qui da prima del mio arrivo e resterà qui anche dopo la mia dipartita. Mi ricordo di tutti i desideri che ho scolpito con la mia tenera argilla rossa. Mi ricordo di ogni sogno, promessa, tradimento… Alcuni sono più memorabili di altri, perché i sogni poco hanno a che fare con il bene o con il male, sono e basta, esistono perché così lo vuole una razza di dei capricciosi. La torre sente solo: “Un bambino timido in cerca di una mano amica. Un imperatore desidera conquistare un pezzo di terra. La ragazzina che da una soffitta sognava di abbandonare la guerra”.

Infinite richieste e un solo lavoratore, un unico vasaio per tutte quelle persone che si aggrappano a un pensiero felice. La cosa peggiore di tutto ciò, è che nemmeno le conosco, anche se è meglio così dato che non tutti i sogni si avverano. Posso dire in mia difesa che non ho mai rotto un vaso: tratto le mie creazioni con massima cura. Io le creo e le modello in base alle loro istruzioni. Quanta più speranza vi si ripone, più complesse ed elaborate saranno le opere, ma anche molto più fragili.

A decidere se i sogni si avverino o meno, sono i Signori lassù. Loro mi inviano le istruzioni attraverso un tubo di cristallo che collega la parte più alta della torre con il mio banco da lavoro. Me le inviano sempre arrotolate e legate con un filo rosso. Leggo la nota, creo il modello e brucio il foglio. Questo rituale l’ho ripetuto per decenni con ogni ordine ricevuto. Dopo aver creato una scultura, metto il pezzo sul montacarichi che arriva direttamente al Maestro. È stato lui a rinchiudermi qui, lui ha creato i Signori che scrivono gli ordini e ha costruito la torre prima ancora che gli umani popolassero la Terra. Il Maestro decide se il desiderio si avvererà o meno. Se ritiene che la mia scultura sia degna di essere perfezionata nella realtà, non torna indietro. In caso contrario, appare di nuovo nel montacarichi, distrutta. I desideri fatti a pezzi si riutilizzano, vanno a formare parte del mucchio di argilla e vanno perduti per sempre. Mi intristisce enormemente che i sogni non si avverino e, a volte, penso che sia dovuto alla mia incompetenza come vasaio. Provo a guardare il tutto da un’altra prospettiva e cioè che i sogni distrutti ne alimentino altri e permettano la creazione di nuove sculture, anche se ciò non toglie che si tratti di una menzogna per non sentirmi in colpa con me stesso.

In generale, i progetti di solito sono vasi e anfore, con differenti dettagli e disegni su tutta la superficie. Gli umani sperano facilmente e con la stessa intensità. Nonostante ciò, ho addirittura creato dei busti, delle opere a figura intera od oggetti senza forma apparente. Sono quelli che più mi piace scolpire e quelli che mi causano più dolore quando vengono rimandati al laboratorio.

Non conosco nessun’altro essere vivente e spesso mi chiedo se io lo sia. Forse sono solo un’altra sua invenzione, un giocattolo, un pezzo in più della torre in cui vivo, progettato per adempiere una funzione ed essere sostituito quando arriverà il momento. Malgrado questi pensieri, non avevo mai fatto nulla a riguardo, ma un ordine dei Signori di lassù cambiò completamente la mia esistenza. Un ordine che non avevo mai ricevuto prima, nonostante avessi scolpito migliaia e migliaia di desideri.

Dal momento in cui era scivolato delicatamente attraverso il tubo di cristallo, sapevo già che non si trattava di un ordine normale.

Lasciai il delicato vaso su cui stavo lavorando, a cui mancavano i manici e il disegno, per avvicinarmi al banco e osservare il piccolo rotolo di carta legato con l’immancabile filo rosso.

Sciolsi il nodo con le mie dita rozze e mi misi a leggere il contenuto.

Nulla.

Non c’era nemmeno una parola scritta su quella carta di colore beige.

Lo guardai scrupolosamente sia davanti che dietro.

Nemmeno un disegno.

Cosa significava? Cosa significava quel foglio in bianco?

Lasciai l’ordine sul banco e continuai a lavorare.

Quando i manici furono pronti, misi il vaso nel forno. Andai di nuovo verso il banco per osservare quello strano oggetto e cominciai a ragionare sulle molteplici possibilità: “Forse è un errore”, ma mi smentii quasi all’istante: “I Signori non sbagliano”. “Forse è una prova”, ma di nuovo mi risposi: “Perché vorrebbero mettermi alla prova? Faccio il mio lavoro da tempi immemorabili”. Continuai a discutere con me stesso a  lungo finché non mi resi conto di qualcosa di spaventoso: il vaso era ancora nel forno.

Mi diressi velocemente verso il forno, ma era già tardi: aveva completamente perso la forma. Era la prima volta che mi succedeva una cosa simile, non avevo mai consegnato un’opera imperfetta. Il montacarichi scese e non avevo altra scelta che consegnare la richiesta. Il Maestro era solito tardare qualche minuto per giudicare se l’opera era degna o meno, quella volta non tardò nemmeno un secondo nel rimandarla indietro totalmente distrutta.

Prima che potessi pentirmi per quello che avevo fatto, due individui con maschere di terracotta e ferro si presentarono dinanzi a me, mi presero per le spalle e mi portarono nella parte più bassa della torre senza dire nemmeno una parola. Non protestai, era il castigo che mi ero meritato per aver fallito nel mio unico compito. Gli automi mi frustarono per quello che mi parve un millennio. Praticarono sul mio corpo ogni tipo di martirio e mi riportarono nel mio laboratorio insieme al mio unico amico. Tutto continuò uguale a prima, immutato, i miei strumenti mi aspettavano, gli ordini erano al loro posto e il foglietto bianco era ancora sopra il banco. Ero tentato di bruciarlo, ma non volevo rischiare di essere torturato di nuovo, il dolore che avevo sperimentato mi aveva lasciato addosso uno stigma che sarebbe durato per molto tempo. Finalmente, mi decisi a lasciare l’ordine da parte e a continuare con altri desideri.

*          *          *

Sembrava che tutto fosse tornato alla normalità, la routine mi tranquillizzava. Realizzai sculture bellissime che raramente tornavano al laboratorio, mi inorgogliva sapere che Lui aveva ancora fiducia in me, ma accadde di nuovo qualcosa di inaudito. Non caddero più rotoli. Non c’erano più sogni da scolpire, né altri desideri da fare. Terminai tutti gli ordini del mio banco meno uno, quello del foglio in bianco.

Mi sedetti su una sedia a riflettere su quanto accaduto, “Cosa dovevo fare?”. Trascorsi molto tempo a pensare e ad aspettare che cadesse dal tubo di cristallo qualcosa, qualunque cosa. Qualunque cosa che mi aiutasse a risolvere il mistero in cui ero coinvolto.

“Non sono una creazione, sono vivo”, continuavo a ripetermi,  mentre pensavo a mille idee. Mi sentivo perso, non trovavo più il mio obiettivo, “I signori saranno davvero una creazione del Maestro? Come so che Lui esiste? Come sono arrivato fino a qui?”. Mi ripetevo in testa domande che non mi ero mai posto prima per tenere la mente occupata mentre lavoravo.

Gli automi tornarono nel  laboratorio, ma questa volta sì che protestai; scalciai, provai a colpirli, fuggire, ma fu tutto inutile. Il tormento fu peggiore che il precedente, arrivai a sentire come la mia essenza veniva strappata dalla carne e svenni numerose volte a causa del dolore.

Gli arnesi che usavano quei mostri erano presi dagli incubi più macabri e sinistri che uno possa immaginare.

Un giorno mi svegliai nella mia camera, il supplizio era finito, ma quel pezzetto di carta in bianco era ancora lì. Questa volta avevo più paura che curiosità, mi stavano punendo per qualcosa che non capivo.

Rimasi seduto in un angolo pensando a cosa potessi fare, fino a che un’idea mi passò fugacemente per la mente. “E se fosse il mio desiderio? Non ho mai desiderato nulla, non ho voluto mai altro a parte scolpire nel mio laboratorio”. La mia mente ottusa funzionava pienamente:

“Voglio una porta per vedere il mondo esterno”.

“Voglio delle armi per lottare contro gli automi”.

“Voglio delle ali per fuggire dalla torre”.

“Voglio vedere Il Maestro”.

Quest’ultimo desiderio si aggrappò alla mia mente in modo sovraumano. Era quello ciò che volevo.

*          *          *

Sono curiosi i sogni, mi ero sempre occupato di realizzare quelli degli altri e non mi ero mai fermato a pensare ai miei.

Cominciai un’opera senza forma, un’opera sulla quale depositavo le mie inquietudini, le mie ansie di libertà e l’immenso dolore che avevo patito. Non avevo mai fatto niente di simile, senza istruzioni, senza regole, c’erano solo l’argilla cremisi e le mie mani nude.

Quando terminai quell’oggetto senza forma, mi sentii spoglio, come se i miei sentimenti fossero stati depositati nel pezzo senza vita che mi osservava inquieto dal banco.

Provavo felicità, coraggio, soddisfazione… Non avevo bisogno di inviare la mia scultura da nessuna parte, nessuno doveva approvare i miei sogni.

Oggi è il giorno più importante della mia assurda vita, ho lasciato la figura sopra il banco e sono salito sul montacarichi. Oggi è il giorno in cui affronterò il mio creatore, il mio carceriere, e forse il mio boia.

***

E ora un po’ di storytelling e ringraziamenti:

Il primo ringraziamento questa volta va direttamente a Don (Doble o Nada) scrittore di Murcia e uno dei due creatori del progetto letterario spagnolo Stonergëk.

Ci siamo riunite con Don e con Sabrina una sera tramite Meet e abbiamo trascorso una bellissima serata parlando di traduzioni, progetti e sogni. Erano i primi timidissimi contatti che prendevamo, non sapevo bene cosa aspettarmi. Forse la fortuna premia gli audaci perché Don ci “donato” altri suoi racconti, che custodiamo gelosamente e ci ha permesso di dargli voce per la prima volta in Italia. Di lui conservo il ricordo di una frase d’incoraggiamento che spesso ci ripetiamo ogni volta che ci dicono “si, va bene”. Lui è stato uno dei primi a cogliere il potenziale e la bontà del progetto RomaSantiago,per cui muchas gracias.

Avrei voluto pubblicare domani il racconto. Accade però che, come sempre, le coincidenze mi affascinano e ho deciso di pubblicarlo oggi. Sabrina, occhio di falco e avida lettrice, mi ha segnalato infatti un elemento intertestuale. Forse l’avete colto anche voi, Don fa riferimento proprio a lei, Anna Frank e cita “la ragazzina che da una soffitta sognava di abbandonare la guerra”.

Oggi, 27 gennaio, è giorno della memoria.

Un ringraziamento speciale a Sabrina e a Ossido, sua l’illustrazione a cornice del racconto.

Link utili:

Libro “PostMortem” di Stonergëk – Amazon Kindle

Stonergëk: Instagram

Stonergëk: sito web

Ossido, illustratore: Instagram

© Copertina PostMortem, Stonergëk

Marcela Schiaffini

Cilena di nascita e italiana d'adozione. Poliglotta che da quasi quindici anni lavora nel e per il mondo dell'export. Crea il blog RomaSantiago per parlare di ciò che più la incuriosisce del mondo ispanico e per sentire meno la nostalgia del suo amato Cile.

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