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George Harrison | Ossido, 2022

“Jamming” di Daniel Centeno Maldonado

Traduzione di Marcela Ivonne Schiaffini | Revisione di Sabrina Pino

Quella notte George Harrison fece di nuovo lo stesso sogno. Lei, Pattie Boyd, era la protagonista indiscussa della fantasia. Con questo, erano trentacinque anni che la ricordava nel subconscio. Era difficile credere che, dopo così tanto tempo, quel viso lo perseguitasse con il rancore del primo giorno.

Harrison si alzò a fatica dal letto. I danni della chemioterapia si stavano sommando alle metastasi che lo consumavano senza sosta. Prima aveva superato un cancro alla gola, poi era sopravvissuto alla coltellata di un folle che era riuscito a entrare nella sua villa. Era il colmo che ora i suoi polmoni si stessero ribellando a un passato pieno di tabacco e abusi di ogni genere.

Sentiva, ne era certo, che dentro era pieno di carboni ardenti, che ogni giorno pesava una tonnellata e che le estremità delle sue costole sembravano mozziconi di sigaretta con ceneri incandescenti sul punto di cadere.

Poteva esserci qualcosa di peggio? Si, il ricordo insistente di quella donna, quei sogni che scandivano il trascorrere della sua esistenza, un fastidio che non gli permetteva di andare avanti. Forse era meglio aggrapparsi all’inevitabile dei due mesi che gli aveva dato il medico durante l’ultima visita. Con la morte sarebbe arrivata la soluzione. Harrison convenne che questa vita era stata piena, che con lei culminava il ciclo tracciato dall’Hare Krishna, che non c’era bisogno di rincarnarsi per rinnovare lo spirito.  Doveva solo redimere la sua anima con l’ultima azione.

E questa ce l’aveva ben chiara.

Il timido Beatle chiuse la porta del suo studio. Prese il suo ukulele e si mise a strimpellare le corde su un comodo divano pieno di cuscini indiani. Rimase così per un po’, facendo le cover delle sue canzoni o suonando la stessa nota in una specie di mantra musicale. Ma il ricordo del sogno non tardò a tornare. Harrison si alzò e, senza lasciare lo strumento, raggiunse come poté il primo ripiano della sua biblioteca. Prese un libro di uno scrittore peruviano. Lo aprì alla pagina che aveva segnato e, di ritorno al divano, lesse il frammento che aveva sottolineato:

Perché sì: ci sono persone con le quali uno ha realmente vissuto, con le quali ci si sposa e con cui si fanno persino  figli – non è quest’ultimo il mio caso -, e che poi all’improvviso non hanno mai fatto parte della nostra vita”.

Lui più di tutti sapeva che quello non era vero. Non era il caso di Pattie. Con lei era stato diverso, pericolosamente, diverso. Dal momento in cui si era imbattuto  in lei durante le riprese di A Hard Day’s Night seppe che quello che provava non era di questo mondo. La sua era una bellezza quasi scolpita, senza ritocchi. Pattie era così bella che faceva male anche solo ricordarla. Si sposarono nel giro di un anno. Credevano che la vita fosse fatta della stessa materia dei petali di fiori. Una scemenza infinita.

Harrison suonò le prime note di Something all’ukulele, e lo sorpresero gli strani modi che ha il ricordo di ritornare nella mente dei suoi servi. Aveva composto quella canzone per Pattie e anche I Need You For Your Blue, Isn’t It a Pitty e Here Comes the Sun. Ebbero tutte successo; divennero tutte parte della storia del rock. Come aveva potuto una donna far tanto? È forse questa una regola non scritta?

No, non lo era, se la stessa era la donna dei suoi sogni da più di tre decenni, cosa rimaneva a Eric? Con lui sì che era stato tutto delirante.

Eric Clapton fu suo amico, compagno di tagli di capelli, il suo sangue. Dal momento in cui si conobbero ci fu ammirazione, rispetto, affetto. Clapton era Dio, così come recitava quel luogo comune. Accarezzava la chitarra come toccato da chissà quale bacchetta magica. Poter contare sul suo assolo in While My Guitar Gently Weeps, fu un onore. Quel giorno si poteva riassumere il legame che c’era fra i due: lui e Clapton entrarono nello studio di registrazione fra l’indifferenza di John Lennon. Il suo amico si sentì un invasore e suonò frettolosamente per compiacere  Harrison.Il suo assolo era di un altro pianeta. Non trascorse nemmeno un anno perché George gli restituisse il favore. Nel disco Goodbye del gruppo Cream. Harrison compose con Clapton la canzone Badge, e in quel momento lasciò un’indiscutibile prova contenuta in un verso scritto per il suo amico: “Sto pensando a una ragazza che ti assomiglia molto”.

Poi venne il resto: i languidi sguardi di Clapton verso Pattie, il suo romanticismo macchiato dall’eroina e quella cazzo di canzone. All’epoca Eric seguiva con molta goffaggine i passi di Harrison nel misticismo orientale. Era il periodo in cui il suo amico non la smetteva di parlare della storia di un poeta persiano del dodicesimo secolo. Risultava molto scomodo ascoltare l’insistenza in bocca a un adepto . Clapton sottolineava che era basato sulla vita reale. Lo diceva con occhi arrossati e la bava alla bocca. Il racconto non era niente che non si fosse sentito prima: una principessa conquistava il cuore di un giovane, ed essendo la sposa di un altro uomo, l’innamorato si ossessionava fino a impazzire. La cosa più irritante era la frase finale con cui chiudeva sempre il racconto: “la storia si chiama Layla e Majnun, George, non dimenticarlo”.

Harrison uscì dal mantra e concentrò lo sguardo su una foto appesa nel suo studio. Era molto giovane lì, scalzo, seduto a terra, a gambe incrociate e un sitar inclinato a sinistra. Si ricordava perfettamente di quel momento. Fu uno dei suoi tanti viaggi in India, a fine anni Sessanta. Ricordò anche un altro dettaglio: la foto originale era più larga e catturava lo sguardo attento della sua allora moglie, Pattie Boyd, sdraiata comodamente alla sua destra. Nemmeno le forbici poterono eliminare quella realtà passata. Aggrapparsi a quella convinzione costituiva un’altra sciocchezza come quella dei petali dei fiori. Era come se il pezzo di Polaroid avesse un’aura mortale, capace di completare il senso e il messaggio che racchiudeva, anche se di fatto c’era un taglio. Sembrava come se Pattie, o il suo fantasma fuori dall’inquadratura, continuasse a guardarlo come faceva nei suoi sogni. Un altro prolungamento della strana aura.

Quel periodo non fu dei migliori. George Harrison era sprofondato in un fanatismo religioso durante il quale confuse la luna con il sole. Era la sua stagione di ricerca di pace interiore nel letto di altre donne. Pattie lo sapeva. Non fu mai in grado di capire il labirinto di valori in cui si era perso suo marito, e provò a combattere con l’abisso. Ma nessuna vendetta riuscì a colpire nel segno. Harrison era disilluso, ubriaco nel suo nirvana e rinchiuso in una fortezza intrisa di apatia. Clapton, tutto il contrario. Il suo amico era una preda, un idiota transumante, il miglior interprete che potesse avere Majnun in questa rincarnazione . Tutti i suoi tentativi di raggiungere l’evidenza facevano pena. Durante una cena a tre accadde l’inevitabile. Fu a casa di Harrison, Eric si ubriacò e disse sotto il naso di Pattie: “Sono innamorato di tua moglie”.

Il disappunto aggredì le viscere di Harrison. Sentì di nuovo le ceneri delle sue costole ora sparse sui suoi organi. Qualcosa di simile gli accadde il giorno della dichiarazione. Clapton si accomiatò come poté, ma il disagio aleggiava in quella cucina come un’intuizione nella testa di uno scommettitore. “Vuoi andare con lui?”, chiese Harrison a Pattie. Lei non ebbe dubbi: “No! Resto con te”. E non si poté più far nulla. Quella notte il sesso di riconciliazione fu appassionato come la compilazione della dichiarazione dei redditi.

Eric smise di far loro visita. Ingrassò. Si rinchiuse in casa in ginocchio di fronte a un esercito di siringhe. La sua carriera sembrava essersi persa dentro una scatola che fu lanciata in fondo a un vulcano in eruzione. Eppure, dentro quel cataclisma spuntò la maledetta canzone: Layla. Fu un disco di una band effimera: Derek & the Dominos. Come non ricordarli. Se persino il titolo dell’album fu Layla and Other Assorted Love Songs.

La canzone era perfetta. La chitarra d’apertura dello sventurato Duane Allman trasudava acido. Nessuna canzone con un inizio così poteva incamminarsi verso l’oblio. Era un pezzo esigente: pretendeva dai suoi interpreti un patto con il diavolo e chiedeva ai suoi ascoltatori di lasciar perdere qualunque pensiero o attività fino alla nota finale. La sua missione era fermare il tempo, rompere la lancetta dei secondi e togliere la sabbia da tutte le clessidre, con il fine di vestire di arpeggi tutto lo strappo sentimentale di Clapton. Impossibile non notare i suoi ululati, le sue suppliche, la sua rabbia per essersi innamorato fino alla pazzia. Era come se il Pifferaio Magico perdesse la partita in questa occasione, come se l’ipnosi gli servisse solo per gridare ai suoi ratti, prima di affogare anche lui nel fiume Weser: “Layla, sono ai tuoi piedi”.

Non fu facile per Eric. Andare con le vene piene di furia e cantare il suo disamore dinanzi a un pubblico frenetico, non era il modo più intelligente per esorcizzare le sue pene. Non lo fu nemmeno mettere in quel disco un’altra canzone lagnosa dedicata a Pattie, Bell Bottom Blues. Entrambe canzoni tristissime, entrambe immense, a Harrison sarebbe piaciuto comporle tutte e due. Ma no. Allora Pattie Boyd era solo un altro mobile in casa. E ai mobili non si scrivono canzoni.

Dopo Layla ci vollero quattro anni per la separazione definitiva. Quando nel letto matrimoniale non ci fu più spazio per altri invitati, i documenti li allontanarono. Che importava. Harrison non l’amava più. Non si infastidì neppure quando si rese conto della relazione clandestina che ebbe Pattie con il suo Majnun nel declino della coppia. Fu tale il disinteresse dell’apprendista di Hare Krishna per la sua antica musa che diede una pacca sulla spalla al suo rivale prima di dirgli: “È tutta tua, amico. Prenditela”.

Questo fu ciò che distrusse Pattie, quello che la obbligò a chiedere il divorzio, quello che la convinse che la filosofia hippie del Peace & love era una vera cagata. Eric, al contrario, non poteva essere più felice. Una briciola del banchetto gli era caduta dal bordo del tavolo, come un cane fedele, nonostante la sua adorata scoppiasse in un pianto e riconoscesse che Harrison era l’amore della sua vita. Ma non si poteva più far nulla. La canzone era un dato di fatto, era lì, e davanti a un impulso così latente era da saggi mettersi da parte per un fratello. Anche se non lo disse mai, se qualcuno gli avesse chiesto la ragione di quella separazione la sua risposta non poteva essere altra che “per quella cazzo di canzone”. Con quella si decretò la fine del suo matrimonio, e anche il totale allontanamento di un amico che considerava sangue del suo sangue. Forse per quello non si azzardò mai a suonarla.

George avvicinò un altro ukulele al divano. Dopo il suo secondo matrimonio provò a rimediare ai suoi errori, a mettere su famiglia, a essere l’uomo di casa. L’unica mania che coltivò era quella di cambiare il suo sitar per un ukulele, riempire la casa di quei piccoli strumenti a quattro corde e obbligare i suoi amici musicisti ad accompagnarlo con qualche canzone quando erano in visita nella sua residenza. Tutte suonavano diverse, con grazia, con una vibrazione che invitava al sorriso. Per questo finivano sempre a ridere come bambini: per questo finiva sempre attutendo l’effetto a lungo termine che gli produceva quel sogno in tutte le sue mattine da circa trentacinque anni. Perché Pattie, nel momento in cui lo lasciò, fu quando realmente si bloccò nella sua vita come un ostacolo. E non ci fu guru in tutta l’India che gli desse una valida spiegazione a quel disordine.

Per farla breve, mancavano meno di due mesi per calare il sipario.

La sua vita fu felice ma vuota. I suoi sfoghi onirici erano lì, non poterono essere messi a confronto con la debacle di Clapton. A nulla servì scrivere la tenera Wonderful Tonight due anni prima di sposarsi con Pattie. Non poteva chiamarsi vita stare insieme a una donna che  aveva ancora gli occhi su un altro. La storia persiana qui non aveva senso né un lieto finale. Eric lo seppe. Per quello visse dieci anni in un’ unione infelice, sotterrato dalla merda, con più baratri dei quali chiunque potesse sopportare e smarrito nella perdizione. In quel matrimonio fu l’ultima volta che si videro tutti e tre. Harrison andò, augurò loro buona fortuna e suonò persino una canzone durante la cerimonia. Il giorno dopo iniziarono i sogni con Pattie e la fine di un’amicizia segnata dall’ammirazione.

Harrison tossì e tornò a sentire la ribellione delle sue ceneri. Un movimento riflesso quasi gli fece scendere una lacrima di dolore, prima di ricordargli i cinquantotto anni portati male. Non appena alzò lo sguardo, sentì il suono  di qualcuno che bussava alla sua porta. Era il suo maggiordomo. Lo avvertiva che era giunta la visita che aspettava.

-Lascialo passare – rispose.

Si sentirono dei passi sempre più vicini. Poco dopo ebbe di fronte il padrone di quei passi. Si guardarono in faccia senza dirsi una parola, come in una scena di duello western ma senza rabbia. Il visitatore non poté nascondere un barlume d’emozione. I suoi occhi si incupirono nel notare i segni della malattia di George. A Harrison, al contrario, sembrò che a Clapton la maturità donava, quegli occhiali da vicino, la guayabera e i capelli corti. Lo invitò a sedersi con un movimento del braccio. Gli sorrise. Eric tornò a essere un ragazzo. A disagio, si sfregò le cosce con i palmi delle mani. Harrison mantenne un sorriso di beatitudine e gli avvicinò l’altro ukulele.

-Prendi. Suoniamo la cazzo di canzone.

Quando iniziò a strimpellare le prime note, il dolore iniziò a sparire dal corpo. Quando Eric lo accompagnò nella melodia, si sentì sano. Quando il tema iniziò a suonare differente, con grazia, con una sensazione che invitava al sorriso, entrambi risero come bambini.

Fu allora che Harrison pensò a Pattie, a Clapton, a Layla, a Majnun. E credette che la vita fosse fatta della stessa materia dei petali dei fiori.

Una scemenza infinita.


Daniel Centeno Maldonado

Barcelona, Venezuela. Ha vissuto fra Venezuela, Spagna e Stati Uniti. Ha pubblicato saggi di scrittura creativa e biografie fra cui Postmodernidad en el cine (Premio Carlos Eduardo Fría, Ediciones de la Fundación Carlos Eduardo Frías, 1999), Periodismo a ras del boom (Universidad Autónoma de Nuevo León/Universidad de Los Andes, 2007), Retratos hablados (Debate, Random House, 2010) e Ogros ejemplares (Lugar Común, 2015). Nel 2015 è stato l’unico rappresentante del Venezuela nel programma Latinoamérica Viva della Feria Internacional del Libro de Guadalajara, Messico. È stato finalista del XV Premio Internacional del Relato Breve Julio Cortázar e della 30esima edizione del Premio Internacional de Cuentos Juan Rulfo. Come editor ha aiutato a creare un catalogo di autori venezuelani nel suo paese natale tra il 2006 e il 2009 ed è stato anche direttore delle riviste letterarie Río Grande Review e Coroto. Ha svolto attività accademica come professore nelle università di Caracas, Ciudad Juárez, El Paso e Houston. Attualmente insegna cinema e letteratura nel Dipartimento di Lingue Classiche e Moderne dell’Università di Huston, Texas. Dal 2001 dirige la rivista Carátula, una delle pubblicazioni digitali più longeve e con maggior traffico in rete dedicata alla letteratura ispanoamericana.

Link utili:

Romanzo La Vida Alegre: Amazon

Presentazione romanzo Universidad Nuevo León, Messico: YouTube

Rivista Carátula: web

Marcela Schiaffini

Cilena di nascita e italiana d'adozione. Poliglotta che da quasi quindici anni lavora nel e per il mondo dell'export. Crea il blog RomaSantiago per parlare di ciò che più la incuriosisce del mondo ispanico e per sentire meno la nostalgia del suo amato Cile.

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