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© Ossido, marzo 2022

In Altre Parole – Intervista a Raquel Vicedo

In Altre Parole – Intervista a Raquel Vicedo

Quando le parole della nostra lingua si trasformano nelle parole di un’altra lingua, ecco che accade il miracolo della traduzione.

Spesso mi capita di pensare a come ci guardano altrove, a come veniamo letti, a come veniamo percepiti noi italiani e la nostra letteratura.

Parlando la volta scorsa con Melina Márquez e ora, con la nuova ospite di In altre parole, ho notato una notevole predilezione, da parte dei traduttori spagnoli e soprattutto delle case editrici indipendenti, per la letteratura italiana di un certo periodo, nello specifico il XX secolo, a partire proprio dai primi anni del ‘900. Così mi è venuta in mente una strana riflessione, che poi, forse, tanto strana non è, sarete voi a dirmelo eventualmente: si preferisce di più quel periodo storico perché la produzione di quelli che oggi sono considerati grandi classici della letteratura italiana contemporanea è stata maggiore? Perché non si può dire lo stesso anche del Dolce Stil Novo, oppure delle sacre sponde di Zacinto, del Piccolo Mondo Antico, del periodo in cui Orlando perdeva il senno e Astolfo lo ritrovava sulla luna? Possibile che nessuno ha voglia di capire cosa è successo in quella Gerusalemme liberata, perché Alfieri volle, sempre volle, fortissimamente volle? Ma poi Jacopo Ortis a chi scriveva? Come suona in spagnolo, coreano, urdu o finlandese “E il naufragar m’è dolce in questo mare?”

I grandi classici ci venivano spesso proposti a scuola come letture obbligate, diventando nemici anziché amici. Passavamo ore a leggere pagine su pagine senza capirci un tubo, a preparare relazioni temendo l’ennesimo brutto voto, a chiederci «Perché dobbiamo leggere la Divina Commedia se tanto nemmeno sembra italiano?». Ma poi scopri che lo è, eccome, scopri che quei versi ce li invidiano in tutto il mondo, che ancora oggi affascinano orde di italianisti sparsi su tutta la superficie terrestre, dagli Appennini alle Ande (chi non ha letto il libro Cuore alle elementari?).

E quando gli alunni alle prese con I Promessi Sposi mi chiedono: “Prof. ma Don Rodrigo che rapisce Lucia perché la vuole tutta per sé è uno stalker di allora?”, io dico loro che è proprio così e li invito a pensare a come deve essersi sentita Lucia, braccata da un uomo che tutto vuole fuorché amarla.

E alla domanda “Ma che senso ha leggere questa roba vecchia?”, rispondo sempre loro che se mai decideranno di rileggerlo da grandi, scopriranno che quella “roba” può essere pure meglio di una serie di Netflix.

E che c’è gente nel mondo che se la sta leggendo perché qualcun’altro l’ha tradotta nella sua lingua facendo un lavoro che non si può spiegare con semplici parole. C’è molto di più in gioco.

E mentre i miei alunni lottano contro il gigante manzoniano, in Spagna si traduce Carlo Levi.

Per chi non lo sapesse, Cristo si è fermato a Eboli pubblicato da Giulio Einaudi nel 1945 è diventato, grazie al favore della critica in patria e all’estero, uno dei maggiori classici della letteratura italiana del secondo dopo guerra. Ed è tornato nelle librerie spagnole a febbraio 2022, grazie alla casa editrice Pepitas de Calabaza, di cui è editor la traduttrice protagonista della nostra intervista di oggi: Raquel Vicedo.

© Raquel Vicedo 2022

Raquel Vicedo, classe ‘77, originaria di Alicante, si è laureata in Traducción e Interpretación  all’Universidad de Alicante e ha studiato grazie alla borsa di studio Erasmus all’University of Aberdeen, in Scozia, e all’Université de Haute Alsace, a Mulhouse, in Francia. Ha vissuto a Madrid, a Londra, Copenaghen, Genova e Beirut, ma ha scelto di stabilirsi definitivamente nei dintorni di Denia, vicino alla sua città d’origine. Oltre al lavoro di traduttrice letteraria, è stata editor della casa editrice Sexto Piso e attualmente di Pepitas de Calabaza. Insieme a un gruppo di amici… ma non voglio svelare troppo della nostra ospite: chi è e che cosa fa, ce lo facciamo dire direttamente da lei.

Traduttrice letteraria e editor. A volte capita che le due cose seguano strade parallele nella vita di un professionista dei libri. È venuta prima la traduzione o il lavoro editoriale?

È venuta prima la traduzione perché è quello che ho studiato e a cui volevo dedicarmi, ma è anche vero che alla traduzione letteraria mi ha portata il lavoro editoriale, al quale a proposito sono arrivata un po’ per casualità, ammesso che le casualità esistano. Dopo essere passata per il Ministerio de Cultura y Deporte, dove ho lavorato come gestore culturale di progetti europei, e per lHay Festival (Hay Festival of Literature & Arts), ho iniziato il mio percorso come editor in Sexto Piso, una casa editrice messicana che ha sede anche in Spagna, e una cosa mi ha portato all’altra.

Parlaci un po’ di queste tue due sfaccettature, quella di editor e quella di traduttrice: come convivono in te? Mantengono una relazione equilibrata o una prevarica sull’altra?

In termini di tempo che dedico quotidianamente, investo più ore nel lavoro editoriale, che si potrebbe definire la mia attività principale, che nella traduzione, ma mi sento di affermare che il posto che la traduzione occupa nella mia vita è più importante, forse perché la sento più come una vocazione che come una professione. Di conseguenza la prendo molto sul serio, forse anche troppo, e le dedico il mio tempo più prezioso, quello del divertimento, della famiglia, del riposo.

Nella tua esperienza come editor in Sexto Piso e in Pepitas de Calabaza, tu stessa figuri tra i traduttori.

Si, essendo editor, ho la fortuna di poter scegliere i libri che traduco. Infatti, non ho mai tradotto un libro che non mi piacesse e questo è qualcosa di poco abituale. Così quando mi imbatto in un libro che mi interessa particolarmente, lo traduco. È il caso de L’Antonia (Poesie, lettere e fotografie di Antonia Pozzi scelte e raccontate da Paolo Cognetti) che verrà pubblicato da Pepitas nel 2023 tradotto dalla sottoscritta.

Essere una traduttrice letteraria ha influito sulle tue scelte come editor? Pensi che sia qualcosa di positivo o negativo in questo mestiere? Hai mai avuto l’impressione di privilegiare un autore o un’opera per il fatto di essere scritta in una lingua che senti più vicina o nella quale ti muovi con maggiore abilità?

Certamente. Secondo me, la lettura che faccio con gli occhi della traduttrice è totalmente diversa da quella che faccio da editor, da lettrice o anche da quella da libraia, e quando mi domando se pubblicare o meno un libro, la prima lettura che faccio è con gli occhi da traduttrice, che sono quelli del linguaggio, della musicalità, dell’emozione… E se quel libro supera lo scoglio di questa prima lettura, lo rileggo con gli occhi dell’editor, che oltre alla lettura precedente tiene in considerazione altri fattori. Al contrario, se il libro non passa la prima selezione, quella della traduttrice, nel mio caso non ha molte possibilità di prosperare. Per quanto riguarda la seconda domanda, ritengo che sia inevitabile perché la relazione con il testo è più intima quando hai maggiore affinità con la lingua; almeno per me lo è.

Quali sono i rischi di cadere in questa trappola secondo te?

Suppongo che si corra il rischio di non considerare opere meravigliose, ma io credo sempre che saranno altri a trovarle. È qualcosa che non mi preoccupa particolarmente. È impossibile accaparrarsi l’immensità dei grandi libri che sono fuori ad aspettarci e quello che a me interessa maggiormente è che quelli che ci arrivano raggiungano il loro massimo potenziale, che il lavoro che realizziamo sia il migliore possibile per dare a quel libro la vita che merita nella nostra lingua.

Attualmente sei editor in una casa editrice indipendente che si chiama Pepitas de Calabaza, nel cui catalogo si possono apprezzare due nomi eccellenti della letteratura italiana del XX secolo: Carlo Levi e Dario Fo.

Ci si sorprende sempre moltissimo quando si vedono tradotti in altre lingue libri che siamo stati “obbligati” a leggere al liceo e dei quali ricordiamo solo quanto ci sembrassero pesanti, senza renderci conto che, in realtà, sono perle del panorama intellettuale moderno italiano. Uno dei classici di cui parlo è “Cristo si è fermato a Eboli”, di Carlo Levi. Come siete arrivati a questa scelta in casa editrice?

Conoscevo già Cristo si è fermato a Eboli perché mi piace molto la letteratura italiana del XX secolo, ma in realtà, prima del libro, ho conosciuto l’adattamento cinematografico del 1979 di Francesco Rosi, che tra l’altro consiglio caldamente. In Pepitas siamo arrivati a questo classico di Carlo Levi in un modo del tutto naturale, perché ci interessano particolarmente quei libri che noi chiamiamo “del popolo”, libri che recuperano e rivendicano usanze, linguaggi e conoscenze tradizionali che, sfortunatamente, nel momento attuale si stanno perdendo. Ne abbiamo pubblicati diversi sia nella collana di fiction che in quella di non fiction e saggistica. La straordinaria civiltà contadina descritta in Cristo si è fermato a Eboli, così come il ritratto della società italiana del periodo fascista, è assolutamente meravigliosa.

© Pepitas de calabazas 2022

Parlerei ancora per ore di come tutto questo che a noi risulta forse così scontato, solo perché lo abbiamo studiato nei libri di storia o di letteratura, ma che in realtà non lo è affatto perché mai ci siamo ripromessi di approfondirlo di nostra spontanea volontà, risulti agli occhi degli altri così tremendamente affascinante. Sento nelle parole di Raquel un interesse che va al di là della dimensione lavorativa in cui si muove, quella dell’editoria e dei libri, uno slancio che io spesso sento per quei libri che, secondo quello che ho imparato e studiato, sono i classici della letteratura spagnola.

Sarà che l’erba del vicino è sempre più verde e ci piace di più, oppure sarà che la letteratura, in qualsiasi lingua nasca, è bella sempre ed è bella tutta, in tutte le sue espressioni?

Altra piccola curiosità su Pepitas: la casa editrice questo mese ha pubblicato un volume illustrato dal titolo El arbol de agua, di cui non immaginerete mai chi è l’autore. Ebbene, vi sblocco un ricordo: avete presente quella famosa e storica pubblicità che recita “Gianni, l’ottimismo è il profumo della vita! L’ottimismo volaaaa!”. Eh sì, è proprio lui, Tonino Guerra. Avreste mai detto che una casa editrice indipendente spagnola potesse pubblicare un autore simile che noi, a parte qualche esperto del settore, ricordiamo praticamente per una semplice, anche se iconica, pubblicità? Io proprio no.

© Pepitas de calabazas 2022El árbol de agua, tradotto dal romagnolo da Juan Vicente Piqueras Salinas, illustrato da Carlos Baonza.

Oltre all’italiano, traduci anche dall’inglese e dal francese. Con quale delle tre lingue senti più affinità?

Questa domanda è molto interessante e io stessa me la sono posta infinite volte. La lingua con cui sento più affinità è senza dubbio l’italiano, anche se la mia padronanza dell’inglese è maggiore. Tuttavia, la lingua, la letteratura italiana e la cultura italiana in generale – il cinema, l’arte, la gastronomia, la musica – mi interessano di più, mi toccano più nel profondo. È qualcosa di viscerale che non segue una logica.

Eccoci qua. Stessa domanda, infinite sfumature di risposta. Ma la chiave di lettura è sempre la stessa: un legame talmente profondo che non si può spiegare. Qualcosa che nasce da dentro, che va al di là di una spiegazione razionale. Come se fosse lì da tutta la vita. O ce l’hai o non ce l’hai. Altra spagnola con l’anima da italiana, felici di fare la tua conoscenza Raquel 😊

Più precisamente com’è il tuo rapporto con l’italiano?

A differenza dell’inglese, del tedesco o dell’arabo, l’italiano non ha mai fatto parte del mio percorso di studi formale, per essere precisi. Ho imparato l’italiano perché ho avuto l’immensa fortuna di vivere in Italia per alcuni anni, precisamente a Genova, ed è stato dopo questa parentesi che ho deciso di studiarlo e integrarlo alle mie lingue di lavoro.

Per la casa editoriale Tránsito hai tradotto dall’italiano La pazza della porta accanto, di Alda Merini, un’opera autobiografica, «una prosa poetica, una poesia in prosa». Cosa ti ha comunicato quest’opera? E la Merini come autrice? Conoscevi la sua storia personale? Raccontaci la tua esperienza nel tradurre questa poetessa e come ti sei approcciata alla sua opera.

Si, conoscevo l’opera poetica di Alda Merini e un pomeriggio, in una libreria di Catania, mi sono imbattuta in questo libro pubblicato da Bompiani, l’ho comprato e l’ho letto tutto d’un fiato. In quel periodo stavo cercando qualcosa da tradurre che mi appassionasse e sapevo che questo libro sarebbe stato perfettamente in linea con il catalogo di Tránsito, così ho proposto alla editor, Sol Salama, di buttarci insieme in questo progetto. Prima ho detto che spesso ho la fortuna che mi piacciano tutti i libri che ho tradotto, ma nel caso de La pazza è ancora più speciale il legame, perché volgere in spagnolo le parole di una figura come quella di Alda Merini è un autentico privilegio. Per quel riguarda il processo di traduzione, direi che è una scrittrice abbastanza ermetica; la sua opera è piena di riferimenti a grandi autori e opere della letteratura italiana e, inoltre, è come se fosse una lunga preghiera a Dio. Nei suoi testi si mescolano il mistico e il carnale, il profano e il mondano, e la commistione di tutti questi fattori conferisce all’esperienza traduttiva un carattere che definirei quasi “divino”.

© Raquel Vicedo 2022, Tumblr

Oltre a essere editor e traduttrice sei anche libraia, vero? Cervantes y Compañía è una librería di Madrid che si presenta come “più che una libreria di Madrid, un punto di incontro con la cultura”. Vuoi parlarci di questo luogo così speciale (che ha un nome fortemente evocativo e anche dei gadget fantastici)?

Credo che chiunque ami i libri ha sognato qualche volta di avere una libreria e, più o meno tre anni e mezzo fa, mi si è presentata la possibilità di rilevare questa libreria Cervantes y Compañía con tre dei miei migliori amici. Infatti, è un posto molto speciale, per me una seconda casa. Fin dall’inizio abbiamo avuto ben chiaro che volevamo che fosse un punto d’incontro, quel posto dove ti piace andare perché sai che c’è la possibilità di incontrare persone che condividono le tue stesse inquietudini, i tuoi stessi gusti, dove «succedono cose». Organizziamo presentazioni di libri, mostre, club di lettura, concerti, corsi e laboratori di poesia, di filosofia, di fotografia, di cinema e scrittura creativa, letteratura e natura, femminismo… Abbiamo organizzato addirittura degustazioni gastronomiche basate sui temi letterari più diversi! E, ovviamente, è un posto pieno, pieno, pieno di libri.

© Raquel Vicedo 2022

Tappa obbligata del mio prossimo viaggio a Madrid… parto con la valigia vuota!

Un’ultima domanda, comune a tutti i traduttori che, spero, avranno il piacere (e la pazienza, soprattutto) di rispondere alle mie mille domande.

Quale autore, attuale o del passato – poeta, narratore, drammaturgo – di lingua spagnola, credi che debba essere tradotto in italiano secondo la tua opinione e i tuoi gusti? Qual è l’opera (una o più di una) di cui l’Italia non può fare a meno? Quale opera sceglierebbe l’editor e quale sceglierebbe la traduttrice?

Questa è una domanda molto, molto difficile. Di sicuro non conosco bene il mercato italiano per quel che riguarda le opere tradotte, quindi, non so molto bene se già sono state inserite in qualche catalogo. In ogni caso, all’interno di quel filone di libri “del popolo”, di saperi, linguaggi, costumi tradizionali, magia e superstizioni, credo che l’editor che c’è in me sceglierebbe El bosque animado, di Wenceslao Fernandez Flores, un’opera pubblicata originariamente nel 1943. La traduttrice, invece, El sur, di Adelaida García Morales, un romanzo breve di una semplicità – e allo stesso tempo di una complessità – portentosa, che è uscito nel 1985. Adesso mi ricordo che di entrambi i libri esiste l’adattamento cinematografico corrispondente (ed entrambi i film sono, tra l’altro, magnifici).

Ringrazio Raquel per avermi dedicato il suo tempo e avermi mostrato il suo molteplice punto di vista da professionista dei libri.

Io ho preso molto sul serio i suoi consigli e ho già scelto il mio libro, ora tocca a voi!

Buona lettura e buona traduzione!

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Link utili:

Raquel Vicedo: Tumblr

Pepitas de Calabazas, casa editrice

Cervantes y Compañía, Madrid

La copertina di “In altre parole” è di Ossido

Sabrina Pino

Docente di lingua spagnola e traduttrice letteraria, avida lettrice, potenziale mente geniale, instancabile sognatrice. Il suo motto è "Non si diventa traduttori in un giorno" e infatti, ancora non ha smesso di studiare. Segni particolari: Bilancia.

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