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© Dal dolore in poi, Debora Cetroni

“Il violinista” di Don (Doble o Nada)

Traduzione di Sabrina Pino e Revisione di Marcela Ivonne Schiaffini

Questa è la storia di un ragazzo normale, della sua monotona e noiosa vita. Operaio in fabbrica e musicista, componeva solo melodie tristi, poiché non conosceva altri sentimenti all’infuori della tristezza. La sua quotidianità era ordinaria: si alzava molto presto ogni giorno, faceva una doccia veloce e correva a lavoro. Passava dieci ore in quell’enorme magazzino e usciva da lì come se avesse le ali ai piedi. Una volta a casa, suonava struggenti melodie con il violino, ma a un volume appena percettibile, dato che il suo scorbutico vicino si alzava molto prima di lui e doveva dormire.

I suoi occhi erano sempre malinconici e spenti e camminava per la strada contro voglia. La sua vita era così piatta che aveva perso la voglia di viverla. «Sarà così per sempre?» pensava, mentre faceva vibrare le corde del suo amico e compagno di sventure e maldiceva la sua sorte in silenzio.

Un giorno, il destino girò a suo favore in un modo che nemmeno lui avrebbe mai immaginato. Una ragazza sconosciuta. Una ragazza speciale. Un angelo caduto dal cielo. Incrociò il suo sguardo in un bar e da allora non si staccò più da lei. Al loro primo incontro, non ebbe il coraggio di rivolgerle la parola. «Un semplice operaio che parla con una creatura simile?», rimproverava a sé stesso. Era inconcepibile, almeno nella sua testa confusa.

Ogni giorno pensava a mille domande da farle: «Come ti chiami? Ti piace la musica? Ti andrebbe di cenare con me?», domande che non avrebbe mai avuto il coraggio di pronunciare ad alta voce.

Tornò al bar la settimana dopo e lei era lì, raggiante e bella, così affascinante che, per un attimo, pensò che non fosse reale. Si avvicinò al bancone per ordinare da bere, non gli importava cosa, voleva solo starle accanto. Per sua sorpresa, incrociò di nuovo quegli occhi alteri e provocanti, questa volta più da vicino. Doveva parlare con lei, conoscere il suono della sua voce.

«Ciao», disse lui.

«Ciao», rispose lei.

Rimasero a parlare per ore fino alla chiusura. Si scambiarono i numeri e si salutarono sorridendo. Era innamorato.

Si incontrarono molte altre volte ancora, tante quanto il lavoro in fabbrica gli permetteva. Qualsiasi luogo era buono per godere della compagnia l’uno dell’altra. Finalmente lui la portò a casa sua e le presentò il suo migliore amico, il violino. Lei aveva una voce meravigliosa e lui componeva melodie in suo onore. Quella notte ci furono molto più che semplici parole tra loro. Non gli interessava più di niente, desiderava solo vederla e baciarla, accarezzare i suoi morbidi capelli neri e sussurrarle all’orecchio quanto fosse bella quel giorno.

Smise quasi di mangiare e dormire, quella ragazza lo ossessionava. Arrivava tardi a lavoro e riceveva continue lamentele dal vicino per il volume troppo alto del violino, ma a lui importava poco, non era mai stato così felice. Aveva conosciuto l’amore e non aveva alcuna intenzione di lasciarselo scappare. Lei era il balsamo di cui lui aveva bisogno e il suo effetto era immediato. Tutto ciò che bramava era amore, il suo amore.

Per tutto quel mese, viveva su una nuvola tra sogni e fantasie, sorrideva a tutti, ballava per la strada e cantava persino le melodie che componeva al violino.  Le notti di passione e le canzoni d’amore erano l’unica cosa al mondo per lui.

«Ti amo», disse lui.

«Non ti amo», rispose lei.

Può esistere una sorte peggiore di questa? Amare e non essere ricambiato. Perse la ragione. Strappò gli spartiti, distrusse i suoi ricordi e provò un sentimento a lui ancora sconosciuto: la rabbia.

Le sue canzoni diventarono degli inni furiosi alla frustrazione e all’odio estremo. Se prima camminava con allegria, adesso percorreva quelle stesse strade con il cuore gonfio d’ira. Trattava i suoi colleghi in modo pessimo ed era sempre di cattivo umore. La ragazza di cui si era innamorato, per la quale avrebbe dato tutto, non era che un’illusione, una chimera. Lo cacciarono dalla fabbrica per aver provocato una rissa. Passava le serate al bar dove l’aveva conosciuta, sperando che lei tornasse. Non successe mai. L’alcool si impossessò del suo mondo e sperimentò qualcosa di peggio della tristezza a cui era abituato, peggio dell’ira: la sofferenza e la paura. Coltivò la pianta della solitudine chiudendosi in casa e l’annaffiò con le sue lacrime. L’idea di farla finita con quel dolore gli passò molte volte per la testa, ma non aveva il coraggio o la sconsideratezza per farlo.

Non sapeva dove fosse. Magari lui non era così bravo, né bello, non era ricco, ma le avrebbe offerto quel poco che aveva, pur di starle accanto ancora un momento. Smise di suonare il violino, gli suscitava terrore quel che avrebbe potuto comporre o fino a dove lo avrebbe spinto la sua sofferenza. Aveva quasi dato fondo a tutti i suoi risparmi, a tutte le sue forze. Ogni giorno l’idea del suicidio sfiorava la sua mente con più insistenza. «Come sono arrivato a questo punto?», si chiedeva ad ogni sorso che mandava giù. «La mia vita era già miserabile prima che arrivasse lei, perché ora sembra così diversa? Perché adesso sembra che niente valga la pena?». Si sentiva smarrito e senza alcuna speranza di ritrovare la via. Abbracciava la tristezza ogni giorno di più e sognava quel momento tanto felice quanto fugace, dove l’unica cosa importante era lei.

Un altro scherzo del destino lo scosse con maggior forza: suo padre morì. Al suo funerale conobbe un uomo, un editore amico di famiglia. Lo incoraggiò a scrivere e lo fece, eccome se lo fece. Mise a nudo la sua anima davanti al foglio bianco e la penna diventò la sua nuova migliore amica. Ed è così che ha scritto questo racconto di amore e odio. Il suo successo fu tale che riuscì a costruirsi una nuova vita, lontana dalla tristezza e dall’abbandono. Si sposò ed ebbe dei figli, ma non ritrovò più l’amore, quel sentimento gli fu privato, così come le belle melodie che componeva con il suo fedele amico in onore di quella ragazza che sembrava così lontana. Sarebbe rimasta per sempre nascosta nei suoi pensieri più profondi. Ancora oggi la ringrazia, non sarebbe nulla se non fosse stato per lei, e ogni mese passa da quello stesso bar con la speranza di poterla riabbracciare e guardare quei suoi occhi ancora una volta.

© Ivana Bernola, 2022

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Contatti

Sabrina Pino

Docente di lingua spagnola e traduttrice letteraria, avida lettrice, potenziale mente geniale, instancabile sognatrice. Il suo motto è "Non si diventa traduttori in un giorno" e infatti, ancora non ha smesso di studiare. Segni particolari: Bilancia.

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